Stemmi Visconti E Sforza
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17 Aprile Apr 2018 1447 6 months ago

Le tre lastre

Tre rilievi marmorei per raccontare imprese e virtù dei Signori di Milano

Nel percorso del Museo del Duomo di Milano, nella Sala della Rinascenza Lombarda, subito dopo quelle dedicate all’epoca viscontea, passeggiando fra il labirinto di statue e marmi si scorgono in basso quasi a delimitazione della sala, tre lastre a bassorilievo traforato, della grandezza di 0.72 metri a quadro.

 Si tratta delle “formelle a traforo gotico” con stemmi e imprese ducali, eseguite da maestranze attive della Veneranda Fabbrica nel terzo quarto del XV secolo.

Dalle curiose vicende conservative e museali, le lastre marmoree non furono di facile collocazione. Ugo Nebbia, responsabile dell’allestimento del Nuovo Museo del Duomo (inaugurato il 28 novembre 1953), formulò l’ipotesi che “le targhe con stemmi e imprese visconteo-sforzesche, fossero probabilmente “residuo di qualche altare o sepolcro abolito al tempo da San Carlo”. Rossana Bossaglia, che eseguì la prima schedatura nel catalogo scientifico del Museo del Duomo nel 1978, li classificò come “transenne” di provenienza incerta senza esprimersi sui metodi di utilizzo dei pezzi.

Per le dimensioni ridotte, è escluso l’impiego come balaustre per delimitare spazi sacri o liturgici, inoltre il retro non lavorato lascia supporre fossero visibili solo frontalmente, incastrate forse all’interno di un elemento architettonico come muro o finestra. Resta da stabilire ad ogni modo l’originaria posizione in Duomo. Non è da escludere le lastre fossero state dismesse per il loro carattere araldico durante l’arcivescovado di Carlo Borromeo.

Il primo dei tre emblemi detto “a freno” o “moraglia” fu adottato da Gian Galeazzo Visconti per incarnare alcune delle qualità che egli si attribuiva: moderazione, temperanza e auto controllo. Le briglie sono attributo della giurisprudenza e rappresentano il freno della riflessione che modera il giudizio e l’applicazione delle leggi ed in più sono accompagnate dal motto “ich verghes nit” ossia io non dimentico, aggiunto da Galeazzo Maria Sforza al momento della successione.

Sono le insegne del potere visconteo.

Il secondo blasone è assunto in più riprese dai Visconti, in seguito alla nomina di vicario imperiale di Matteo I Visconti (1294), al quale fu consentito di associare l’aquila dell’Impero all’arma viscontea e la vipera che ingioia il saraceno di seguito. È assunto come stemma “ducale”.

Il terzo rilievo rappresenta al centro del lobo, l’impresa del cane sedente sotto il pino, tradizionalmente ascritta a Bernabò Visconti, signore di Milano a metà XIV secolo, appassionato cacciatore e possessore di oltre 5000 cani. La mano celeste che fuoriesce dal nimbo, accompagna il cane (veltro o levriero) seduto sotto un albero di pino. La mano a volte trattiene, altre libera dal guinzaglio, come in questo caso. L’impresa è associata al motto “QUIETUM NEMO IMPUNE LACESSET”, ossia “nessuno impunemente provocherà il pacifico”, che significa in altre parole che il possessore dell’impresa sarà pronto a reagire sotto la protezione del Cielo qualora fosse aggredito senza motivo.

Queste e molte altre curiosità sono a disposizione nel nuovo catalogo del Museo del Duomo: “Milano – Museo e Tesoro del Duomo”, edito nel giugno 2017 e disponibile presso il Duomo Shop.